IN CHE CITTA’ VIVIAMO?

In che città viviamo? “La Repubblica” prova a spiegarcelo con un servizio di Franco Marcoaldi – del 18 marzo – ed un articolo di Attilio Bolzoni – del 26 marzo (lo si può leggere su Marsala.it, NdE): “Trapani, città prigioniera della mafia” – “della nuova mafia”. Si tratta di due servizi molto poveri.

L’Italia nell’ultimo scorcio del ‘900 ebbe tre profeti: Pasolini sul ’68 come nuova borghesia colta anticomunista, Berlinguer sulla degenerazione dei partiti di governo e sulla questione morale, Sciascia sui professionisti dell’antimafia. Videro prima e videro lontano.

Accenno alla cosa, vi tornerò in maniera più organica: i capimafia trapanesi degli ultimi venticinque anni sono in carcere, condannati all’ergastolo e decine di anni. La mafia dunque è meno forte.

Nei decenni passati a Trapani si costruivano palazzi e palazzi: grande proprietà fondiaria e vecchia borghesia assenteista-capitale finanziario e bancario-cemento-burocrazia-imprese del malaffare-mafia.

Oggi si costruiscono petroliere per gli oceani e gru per la Cina e per il Giappone. Ci sono bed’n breakfast e turismo. Pilati, Ravazza e Tartamella scrivono ottimi libri, letti in Sicilia almeno; tre case editrici, un quotidiano, quattro o cinque settimanali, un’emittente televisiva che fa riaprire il “caso Rostagno”, un’Università colta e moderna.

Ci sono naturalmente anche problemi, e gravi.

Quel che resta della sinistra, o del centro-sinistra, non ha gli strumenti culturali per pensare e governare questo processo, va bene. Ma ciò non significa che “siamo prigionieri della nuova mafia”. Significa soltanto che qualcuno – ne basterebbero una dozzina, ben assortita – pensi (“pensi”, attenzione!) a ricostruire la sinistra. Cominciando a frequentare le librerie.

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