TRAPANI, LA CITTA’ DOVE LE COSCHE SI FANNO SALOTTO

Un antico adagio del posto dice che il trapanese nasce a Erice, vive a Trapani e muore a Paceco. Non c’è metafora migliore per spiegare l’imperturbabile continuità di un territorio, vastissimo, che mantiene integra la propria immutabilità a fronte delle formalità burocratiche che lo differenziano. I vari nomi che segnano l’origine, lo scorrere e la fine terrena della società trapanese, infatti, rappresentano soltanto aridi formalismi: il fatto sostanziale è, invece, che il «blocco» è unico quale che sia la convenzione che ne indichi provenienza e destinanzione. Già, il «blocco». Non viene in mente altra parola per definire la provincia di Trapani, dove le isole che si differenziano e sfuggono al ferreo controllo di antichi interessi, cementati culturalmente ed economicamente, sono davvero poche.

A Trapani visse l’esordio della sua carriera Giovanni Falcone. Allora si occupava di cause civili e frequentava la buona borghesia, coinvolto da una certa attitudine alla mondanità della prima moglie, Rita. Non portò via, Giovanni Falcone, un buon ricordo dei salotti trapanesi, tutti abbarbicati ai palazzi austeri che gravano su via Fardella e sul centro storico. Una delusione, dal punto di vista dell’affetto amicale, l’avrebbe ricevuta soprattutto da un amico avvocato, costretto a scegliere tra Giovanni e il disagio di tanti potenti che non condividevano l’attività del giudice, seppure ormai emigrato a Palermo. L’avvocato scelse il «blocco», perché a Trapani è molto più semplice stare col salotto.

E’ avvenuto di tutto, nel tempo, a Trapani. Ma i riflettori non si sono mai accesi, se non per magnificare (a ragione), le bellezze naturali, gli aromi e i sapori di una cucina spettacolare oppure l’irripetibile esperienza della processione dei Misteri della Passione. Tanto che ci si dimentica che a Trapani gli omicidi eccellenti li hanno compiuti prima che a Palermo. Il giudice Ciaccio Montalto, il giudice Giacomelli, la strage di Pizzolungo e, più di recente, l’attentato al vicequestore Germanà. E ci si scorda delle raffinerie di eroina, quella di contrada Virgini, ad Alcamo la più famosa, capaci di sfornare ottanta chili di droga per ogni «ciclo produttivo». Ecco, la droga riporta alla grande industria degli Anni Settanta e Ottanta. E rievoca i nomi del mito di Cosa nostra americana nati in terra della provincia trapanese: don Diego Plaja, Joe Bonanno «il castellammarese», che quando tornava in paese da New York trovava il sindaco e la banda schierati, Turiddu Zizzo, i Rimi di Alcamo, i Minore.

C’è chi dice che la mafia è nata nel Trapanese o, comunque, qui ha radici profonde. Ed è riuscita a fondersi con la società civile, con la politica e l’imprenditoria. Per questo, nel tempo, ha acquisito quei requisiti definiti di moderazione: nel senso che non ha mai «strafatto», «preferendo – scrivono i parlamentari nell’ultima relazione di minoranza dell’Antimafia – operare nell’ombra privilegiando il consenso della gente e l’appoggio dei ceti più abbienti con i quali sono state strette nel tempo profonde alleanze». Proprio la ricerca del consenso può spiegare l’esistenza del «blocco». Già in tempi passati autorevoli analisti si interrogarono su come fosse possibile che la provincia di Trapani stesse agli ultimi posti della graduatoria del reddito e contemporaneamente potesse vantare il più alto numero di sportelli bancari e di finanziarie. Erano i meravigliosi Anni Settanta e i cugini Nino e Ignazio Salvo di Salemi si permettevano il lusso di un «proprio deputato» a Roma e un assessore (cambiava secondo le necessità) nel governo della Regione.


E’ storia lunga, la vocazione della mafia Trapanese per la politica e per i rapporti istituzionali, anche quelli un tantino scivolosi con ambienti fluttuanti tra massoneria e servizi segreti. La Gladio teneva una «squadretta» fra Trapani, Mazara del Vallo e Pantelleria. Il povero Mauro Rostagno, dipendente della Saman, comunità per il recupero dei tossicodipendenti, ci perse la vita per gli editoriali che ogni sera leggeva dalla Rtc, canale privato dell’imprenditore Bulgarella. Una fucilata al buio, dopo aver troppo parlato dello strano aeroporto di Kinisia, campagna trapanese, delle stranissime riunioni della «Iside 2», Loggia segreta che dava ospitalità ad eminenti rappresentanti della politica ma anche a spioni e mafiosi del calibro di Mariano Asaro. C’è una foto che potrebbe servire da icona delle trame torbide della mafia di Trapani. E’ l’immagine di Salvatore Giuliano, morto ammazzato nel cortile dell’avvocato Di Maria, l’avvocaticchio. Tutto avvenne a Castelvetrano e il bandito non era stato ucciso in un conflitto a fuoco, ma al chiuso di una stanza. La sceneggiata serviva a coprire una innaturale messinscena organizzata dalla mafia e tollerata dalle istituzioni. Istituzioni che da queste parti spendono qualche energia per negare l’esistenza stessa della mafia. Bartolo Pellegrino, uno degli arrestati di ieri, è arrivato anche a definire «sbirri» gli investigatori, un linguaggio forse poco adatto al ruolo di vicepresidente della Regione.

 Ci fu un sindaco, Erasmo Garuccio, che nel 1985 finì in una vignetta di Forattini per aver negato l’origine mafiosa dell’esplosivo indirizzato a Carlo Palermo ma finito sui corpi di Barbara Asta e dei suoi figlioletti Salvatore e Giuseppe. Sono passati più di 20 anni, ma quel politico testimoniando al processo contro Francesco Canino, politico accusato di mafia, ha ammesso: «Non ho cambiato idea». Passa il tempo, ma non scalfisce il «blocco». La lapide per la strage di Pizzolungo è stata fatta a spese dei familiari di Barbara Asta, una via è stata intitolata a Mauro Rostagno a 21 anni dall’omicidio. Ma sono bastate poche settimane per dedicare una strada del Porto ai «Grandi Eventi». Il riferimento è all’America’s Cup, che ha visto protagonisti più di uno degli imprenditori arrestati ieri, indicati come «in sintonia» con gli interessi di Matteo Messina Denaro, il nuovo padrino.